Articoli

Propriocezione: il nostro “sesto senso” neurofisiologico

Indice

  1. Propriocezione: un senso inconscio

  2. L’allenamento propriocettivo: cos’è e perché è importante

  3. Come si eseguono gli esercizi propriocettivi

  4. Riabilitazione ed educazione alla propriocezione: gli infortuni (anche sportivi)

  5. La propriocezione in fisioterapia

  6. Propriocezione e prevenzione

La propriocezione, altrimenti detta il “sesto senso”, è la percezione della posizione del nostro corpo nello spazio che ci consente di eseguire azioni e gesti coordinati, indipendentemente dalla vista, sia durante il mantenimento di posture statiche che durante il movimento.

Propriocezione: un senso inconscio

Si tratta di un senso “extra”, seppur completamente inconscio, in quanto, a differenza degli altri cinque, è regolato da una parte specifica del cervello. La sua funzione è quella di raccogliere informazioni dai muscoli e dalle articolazioni sui nostri movimenti, la nostra postura e la nostra posizione nello spazio, e poi trasmetterle al nostro sistema nervoso centrale.

La propriocezione è, dunque, un complesso meccanismo neurofisiologico reso possibile dalla presenza di specifici recettori, chiamati “propriocettori”, e l’efficacia di ogni gesto che compiamo giornalmente è garantita proprio da tale meccanismo.

Quando si subisce un trauma, trattandosi di un evento che esce dagli schemi fisiologici delle articolazioni, il sistema propriocettivo si altera e le sensazioni e le risposte motorie sono diverse da quelle che si avvertono in una situazione di normalità. Per esempio, una persona che incontra una problematica alla caviglia (e.g. distorsione, tendinite, intervento chirurgico al ginocchio) e che non è più in grado di appoggiare il piede correttamente, inizierà a zoppicare.

Nei casi più gravi di distorsione alla caviglia, per riguadagnare elasticità a livello di muscoli e tendini, il recupero fisiologico inizia ben prima di appoggiare il piede a terra. L’appoggio del piede al suolo avviene successivamente e, solitamente, in maniera autonoma.

L’allenamento propriocettivo: cos’è e perché è importante

La ginnastica propriocettiva supporta il recupero della capacità di rispondere in maniera adeguata agli stimoli, che sono variabili e provengono sia dal terreno, sia dalla pratica sportiva. Questo tipo di attività permette di capire come le nostre articolazioni, dopo un trauma, siano in grado di riacquistare la loro corretta capacità funzionale.

L’esecuzione di esercizi a difficoltà graduale, progressiva, di lunga durata e con l’ausilio di attrezzature specifiche è alla base della ginnastica propriocettiva, il cui scopo è quello di produrre stimoli continui e ripetuti che educhino ed allenino le strutture neuro-motorie.

La rieducazione propriocettiva viene eseguita con tavolette basculanti, utilizzabili con entrambi i piedi (i.e. bipodaliche), o con un piede solo (i.e. monopodaliche), con le quali è possibile allenare l’equilibrio attraverso l’assistenza di un fisioterapista.

Come si eseguono gli esercizi propriocettivi

Tutti gli esercizi propriocettivi devono essere svolti a piedi nudi, soprattutto nelle prime fasi, e, per intensificare l’allenamento, è possibile adottare un’esecuzione ad occhi chiusi, o in abbinamento ad altri esercizi.

Il nostro equilibrio è controllato anche dalla vista e dall’apparato vestibolare, i quali ricevono le informazioni dal mondo esterno e, attraverso i propriocettori, forniscono al nostro organismo le informazioni esatte sulla posizione del corpo nello spazio.

Riabilitazione ed educazione alla propriocezione: gli infortuni (anche sportivi)

La pratica sportiva prevede un’estrema attenzione alla “qualità” del gesto motorio: uno sport svolto correttamente, infatti, permette di ottenere la massima performance e, allo stesso tempo, di evitare traumi ed infortuni.

La stimolazione propriocettiva è, quindi, di fondamentale importanza per tutti coloro che pratichino un’attività sportiva, garantendo un miglior controllo dell’attività muscolare, una maggiore stabilità articolare, una maggiore resistenza ai microtraumi, un maggior senso dell’equilibrio e, oltretutto, essendo particolarmente utile per la prevenzione di infortuni.

Pensando alla sensibilità propriocettiva della caviglia, il training basato su sollecitazioni controllate ed applicate alle articolazioni è molto importante per svariate tipologie di sportivi, come, ad esempio, danzatori, calciatori, runner, marciatori, pallavolisti e sciatori.

La propriocezione in fisioterapia

Attraverso un adeguato intervento fisioterapico e un’adeguata rieducazione propriocettiva è possibile ripristinare il normale meccanismo di propriocezione. Difatti, la riabilitazione propriocettiva ingloba tutte quelle tecniche ed esercizi utilizzati in fisioterapia che hanno lo scopo di recuperare e migliorare la propriocezione del nostro corpo.

Per raggiungere questo obiettivo, la fisioterapia utilizza tecniche manuali di mobilizzazione passiva, o assistita, e specifici esercizi attivi allo scopo di stimolare i recettori periferici che vanno a correggere e migliorare il movimento fisiologico.

Una delle tecniche utilizzate in fisioterapia è lo “schema di Panjabi” ovvero una piramide creata dallo studioso Panjabi nel 1992 secondo cui la stabilità di un’articolazione è garantita da tre elementi: anatomici, muscolari e propriocettivi.

Per una valutazione propriocettiva, al fine di costruire un protocollo di esercizi specifici, il fisioterapista valuta nel soggetto:

  • La sensibilità propriocettiva generale;
  • L’equilibrio statico bipodalico;
  • L’equilibrio statico monopodalico;
  • L’equilibrio dinamico bipodalico;
  • L’equilibrio dinamico monopodalico;
  • Il controllo del tronco e di tutta la parte superiore del corpo.

Propriocezione e prevenzione

Diversi studi presenti in letteratura basati sull’instabilità quantificabile dimostrano come un controllo propriocettivo può ridurre il rischio di distorsioni della caviglia, distorsioni del ginocchio e lombalgia. La stimolazione propriocettiva è, perciò, di fondamentale importanza per la prevenzione di infortuni.

Non sempre ci si accorge di avere una scarsa propriocezione. Quando si cammina su superfici instabili, si può avere la sensazione di stare per perdere l’equilibrio e talvolta, si può addirittura cadere e/o riscontrare problemi con quei compiti motori che richiedono precisione di movimento.

Il fisioterapista è la figura professionale che può valutare l’equilibrio e la propriocezione, prescrivere degli esercizi che aiutino a migliorarla ed educare il paziente alla comprensione della propriocezione, fattore chiave per ottenere una efficiente stabilità statica e nei movimenti.

Alluce valgo: la nostra salute parte dal piede

 

Indice

  1. La struttura ossea del piede

  2. Alluce valgo: cos’è?

  3. Alluce valgo: cause, sintomi e diagnosi

  4. Alluce valgo e gravidanza

  5. L’approccio del fisioterapista

  6. La nostra salute parte dal piede

L’alluce valgo è una patologia che affligge numerose persone, soprattutto donne, e che può comportare una sintomatologia dolorosa, dovuta ad alterazioni della struttura ossea interna del piede, le quali sono anche causa di deformazioni estetiche dell’arto stesso.

Tra i principali rimedi troviamo la chirurgia, ma anche trattamenti non chirurgici, di tipo conservativo e riabilitativo, per cui la fisioterapia può rappresentare un valido alleato.

La struttura ossea del piede

Il piede è quella struttura anatomica posta all’estremità dei nostri arti inferiori ed è composto da numerose ossa, legamenti, muscoli, articolazioni e tendini. Esso rappresenta una componente fondamentale per il supporto del corpo e l’elemento anatomico più importante per espletare questa funzione è proprio la sua struttura scheletrica.

Le ossa del tarso, del metatarso e le falangi sono i principali elementi costituenti la struttura scheletrica del piede, che contribuiscono in maniera significativa alle funzioni di sostegno, equilibrio e deambulazione del corpo umano.

Le conseguenze derivanti dal sottovalutare una problematica ai piedi possono essere svariate e di diversa entità: un piede dolorante può ridurre il movimento e portare ad un aumento di peso, oppure può causare l’assunzione di una postura scorretta, aumentando il rischio di cadute e, conseguentemente, di fratture.

Tra le condizioni mediche che possono colpire il piede troviamo, quindi: fratture ossee, distorsioni, deformità, malattie delle unghie, calli, duroni, tilomi, forme di artrite, neuroma di Morton e… l’alluce valgo.

Alluce valgo: cos’è?

Il termine “valgo” deriva dal latino e significa “allontanato dalla linea mediana del corpo”. L’alluce valgo, infatti, si forma quando l’osso al quale è collegato si sposta dalla sua posizione naturale per inclinarsi verso l’interno e il primo osso metatarsale del piede, invece, sporge invece verso l’esterno.

Questo inclinamento determina un gonfiore localizzato e doloroso alla base dell’alluce (la cosiddetta “cipolla”), con annessa infiammazione della borsa vicina (i.e. borsite) e innescando un processo degenerativo delle articolazioni (i.e. artrosi). Inoltre, quando questo gonfiore è molto pronunciato, può causare una deviazione della parte anteriore del piede dal suo asse, causando talvolta un’alterazione della postura e contribuendo così ad una serie di ripercussioni su altre parti del corpo, quali il ginocchio, il bacino e la colonna vertebrale.

Una patologia diffusa e, tipicamente, femminile

Come evidenziato da alcune statistiche, l’alluce valgo è una patologia che in Italia colpisce il 23% della popolazione tra i 18 e i 65 anni.

È una deformazione che tende a comparire in età matura, o senile, e che riguarda soprattutto le donne. Difatti, secondo i dati della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), il 40% delle donne italiane ne soffre con un’incidenza di ben otto volte superiore rispetto agli uomini.

Le ragioni che possono portare alla comparsa di questo disturbo sono molteplici e vanno da fattori ereditari sino all’utilizzo di scarpe inadeguate.

La causa dell’insorgere di questa malattia, nel 90% dei casi è di natura biomeccanica, ma solitamente l’origine vera e propria è nella parte posteriore del piede, ovvero nell’articolazione sottoastragalica del retropiede.

Alluce valgo: cause, sintomi e diagnosi

Altre cause, non di natura congenita, ma acquisita, che possono comportare la comparsa dell’alluce valgo, sono, ad esempio: l’utilizzo di calzature non adeguate, lesioni a carico del piede, alterazioni della postura, problemi di tono muscolare, malattie osteoarticolari, sovrappeso, alcuni tipi di artrite e malattie neuro-muscolari e del tessuto connettivo. E, se non curato, in alcuni casi, l’alluce valgo può anche indurre a complicazioni come l’artrosi dell’articolazione metatarso-falangea.

Seppur l’alluce valgo possa presentarsi come un semplice difetto estetico, la cosiddetta “cipolla”, può invece risultare molto dolorosa a causa dell’attrito con la calzatura. Inoltre, la deviazione dell’alluce può coinvolgere anche il secondo dito e le altre dita del piede, causando ulteriori deformità come, ad esempio, le dita a martello e/o l’accavallamento delle dita.

Sintomatologia e diagnosi

La sintomatologia può variare da persona a persona. Per alcuni pazienti il dolore si presenta nel secondo dito, piuttosto che nell’alluce e per alcuni è di tipo violento, pur senza avere significative deformità. In generale, comunque, l’alluce valgo è caratterizzato dalla presenza di diversi sintomi.

La diagnosi viene effettuata attraverso una visita medica, atta a valutare attentamente conformazione e capacità di movimento dell’alluce, col fine di indicare il tipo di rimedio più adatto al caso specifico.

Solitamente, la soluzione chirurgica è quella consigliata per correggere la deformità. Ove possibile, però, viene suggerito un tipo di trattamento non chirurgico, ma conservativo, che può essere efficace per intervenire sulla sintomatologia dolorosa, migliorando la vita quotidiana, ma senza correggere la deformità.

I rimedi non chirurgici includono:

  • L’assunzione di farmaci;
  • Trattamenti fisioterapici e la pratica di alcuni esercizi appositi per alleviare il dolore, oltre che per migliorare la funzionalità dell’articolazione;
  • L’uso di plantari, che aiutano a scaricare il peso in maniera equilibrata;
  • L’utilizzo di tutori e calzature comode a pianta larga.

Alluce valgo e gravidanza

Un fattore tipicamente femminile, non sempre conosciuto e che spesso può indurre a questo tipo di problematica è la gravidanza.

Durante la gestazione la donna va incontro ad un aumento di peso consistente, che spesso favorisce l’assunzione di una postura errata. Con il procedere della gravidanza, infatti, l’inclinazione del bacino cambia, portando ad una variazione anche posturale.

Lo spostamento del baricentro coinvolge tutto l’assetto corporeo, la camminata e, quindi, anche i piedi. In questa fase, la donna va, inoltre, incontro a mutamenti di tipo ormonale. Alcuni di essi, e più precisamente quelli relativi agli estrogeni e alla relaxina, hanno tra le loro funzioni quella di rendere i legamenti più elastici (rendendo elastico il tessuto di cui essi sono composti), i quali tendono così ad allargarsi e a subire il cedimento della volta plantare trasversale, favorendo l’insorgenza dell’alluce valgo, o il peggioramento di quello già esistente.

L’approccio del fisioterapista

La fisioterapia può giocare un ruolo chiave nella risoluzione dell’alluce valgo, sia nella fase conservativa, che in seguito ad un intervento chirurgico.

Abitualmente, il trattamento dell’alluce valgo inizia con la scelta di calzature specifiche. La figura del fisioterapista è in grado di consigliare le scarpe migliori per la condizione del paziente, ma può anche valutare l’utilizzo di dispositivi appositi, come i distanziatori delle dita, o speciali cuscinetti.

Le modifiche alle calzature e l’uso di tutori possono consentire di riprendere praticamente sin da subito la normale camminata e il fisioterapista può, inoltre, suggerire lo svolgimento di attività adeguate, che consentano un recupero ed un mantenimento efficaci.

Una delle tecniche utilizzate dal fisioterapista è la “mobilizzazione delle articolazioni della punta del piede”, in grado di aiutare i tessuti ad allungarsi dolcemente e le articolazioni a muoversi con normalità.

Il fisioterapista, se necessario, può prescrivere alcuni esercizi di allungamento e rinforzo del piede per combattere la progressione della deformità e/o esercizi per rafforzare i muscoli atti a sollevare l’arco plantare e migliorare la propriocezione.

Alluce valgo: la fisioterapia preventiva e riabilitativa

L’approccio fisioterapico può essere di due tipi: preventivo e riabilitativo.

La fisioterapia preventiva ha come obiettivo quello di limitare l’aggravarsi della comparsa della patologia. Un intervento fisioterapico tempestivo che funge da “educatore” può ripristinare la corretta anatomia del dito e del piede. Il fisioterapista, infatti, va ad istruire il paziente sulle abitudini corrette da adottare, sugli esercizi da svolgere in autonomia e su quali comportamenti evitare.

La fisioterapia riabilitativa, d’altro canto, si mette in atto quando è necessario rendere di nuovo funzionale la struttura danneggiata e viene eseguita nel momento in cui si presentano dolore, borsite, infiammazione, eritema cutaneo, mobilità ridotta.
Infine, allo scopo di ridurre la sintomatologia, il fisioterapista può anche affidarsi a terapie manuali e fisiche specifiche come: la Tecarterapia, la laserterapia e gli ultrasuoni.

La fisioterapia post-chirurgia

Attraverso l’operazione chirurgica si interviene sulla deformità e il recupero della biomeccanica del piede, riportando il più possibile la struttura del piede ai livelli fisiologici iniziali.

Questo, però richiede un periodo di immobilità a seguito del quale è opportuno effettuare un ciclo fisioterapico, al fine di riprendere la mobilità del dito, evitare la formazione di aderenze cicatriziali e recuperare la deambulazione con esercizi di stretching e di rinforzo.

La nostra salute parte dal piede

Essendo il piede considerato l’estremità ultima del nostro corpo, potrebbe risultare alquanto paradossale pensare che la nostra salute possa partire proprio dal piede stesso. Tuttavia, è proprio questa estremità a farsi carico del peso corporeo e a permetterci, fisicamente, il movimento, mantenendo l’equilibrio e agendo sulla circolazione venosa e linfatica.

Basti pensare che la nostra intera struttura scheletrica viene sostenuta dai tre punti fondamentali del piede: il calcagno, la base dell’alluce e il mignolo; ed è per tale ragione che prendersi cura della salute dei piedi è un’abitudine sana ed essenziale.

Rischio caduta nell’anziano: la vecchiaia è un’età da preservare

Invecchiare è uno degli obiettivi di una società che vuole essere sana e, di conseguenza, longeva. Una tra le più diffuse problematiche per l’anziano e la qualità della vita nella terza età è rappresentata dal rischio di caduta e le conseguenze che ne possono derivare.

La salute degli anziani è un argomento di rilievo che ricopre sempre maggiore importanza all’interno di una società che sta vivendo una sorta di rivoluzione demografica. Si considera, infatti, che nell’anno 2000 al mondo c’erano circa 550/600 milioni di persone con più di 60 anni di età e, secondo alcuni studi, nel 2025 ce ne saranno 1,2 miliardi, fino ad arrivare a circa 2 miliardi di persone nel 2050. Motivo più che sufficiente per impegnarsi a preservare e custodire l’anzianità, quale uno dei principi cardine della collettività.

La “elderly”, ovvero la “terza età”, è il periodo ultimo del ciclo vitale umano: è quel momento in cui, tendenzialmente, le persone hanno raggiunto la cosiddetta “senescenza”, ovvero il processo organico di invecchiamento che limita le capacità rigenerative dell’organismo umano. È proprio a partire da questa età che il corpo e la mente divengono più sensibili a disagi, sindromi, lesioni e malattie.

La caduta nell’anziano e le conseguenze per la salute fisica e psicologica

Tra le problematiche di maggiore rilevanza per gli anziani troviamo una progressiva instabilità nell’equilibrio e, quindi, un maggiore rischio di cadute e le conseguenze che ne possono derivare. Questi fattori, difatti, sono all’origine di tassi di mortalità e morbilità elevati. Si tratta di una sindrome geriatrica che limita la mobilità e favorisce un ingresso prematuro in residenze assistite.

In Italia, nel 2002 è stato stimato che il 28,6% degli over 65 anni è soggetto a caduta nell’arco di un anno e il 60% delle cadute si verificano in casa, dove gli ambienti a maggior rischio sono: la cucina (25%), la camera da letto (22%), le scale interne ed esterne (20%) e il bagno (13%).

Le cadute possono avere conseguenze immediate, o tardive che tendono ad essere più severe con l’avanzare dell’età. Oltre ad un leggero infortunio, come un livido, uno strappo muscolare, o una slogatura, le cadute possono provocare lesioni più gravi, come fratture ossee, tagli profondi e persino danni agli organi. Le fratture più frequenti interessano il femore, il braccio, il polso e il bacino.

Il trauma più temuto ed incisivo è sicuramente quello relativo alla frattura del femore, la quale interessa ogni anno 90mila persone. Per 35mila di queste l’accaduto degenera in invalidità, con un’incidenza che è, inoltre, in crescita.

Gli esiti di una frattura femorale comportano anche un rischio di mortalità. Tale rischio è stimato in una misura di circa il 5% durante la fase acuta e il 15-25% entro un anno, mentre solo il 30-40% riacquista un’autonomia compatibile con le attività della vita quotidiana precedenti al trauma.

La caduta nell’anziano: un problema anche sociale ed economico

Il problema delle cadute nella popolazione anziana non è semplicemente legato all’elevata incidenza del fatto in sé, ma si tratta, piuttosto, di un insieme di fattori che ne facilitano il decorso degenerativo.

Difatti, secondo i dati raccolti dallo studio “Health and Retirement”, condotto per conto del “National Institute of Aging statunitense, la crescita percentuale del verificarsi di cadute non è correlata unicamente ad un fattore demografico (i.e. all’età), ma anche ad una serie di fattori ambientali e personali, oltre che fisiologici.

L’incremento delle malattie croniche, l’uso di tranquillanti e/o antidepressivi (che tra gli effetti collaterali riportano anche vertigini e sonnolenza), le malattie neurologiche, quelle dell’apparato muscolo-scheletrico (come ad esempio l’osteoporosi), rappresentano tutte potenziali cause di un incremento nel rischio di caduta e di conseguenti lesioni.

Si tratta di aspetti che, tra l’altro, possono avere addirittura un peso maggiore sulla qualità della vita delle donne. È stato, inoltre, osservato che le lesioni da caduta costituiscono anche un grave onere, da un punto di vista economico, per il “Servizio Sanitario Nazionale“. La durata media dei ricoveri ospedalieri per fratture del femore di origine osteoporotica è la più lunga tra tutte le patologie acute.

L’influenza sulla salute psicologica

Anche l’aspetto emotivo-psicologico è un fattore rilevante, che può subentrare attraverso una “sindrome ansiosa post-caduta”. Questa sindrome spinge la persona a ridurre movimento ed attività in modo eccessivo proprio per la paura di cadere e ciò contribuisce alla riduzione della forza muscolare, favorendo una deambulazione anormale e un ulteriore aumento del rischio di caduta.

Inoltre, va anche considerato che la guarigione da una lesione, come per esempio può essere una frattura, è solitamente più lenta nelle persone anziane e ciò determina un maggiore rischio di cadute successive.

Una frattura importante a seguito di un incidente domestico spesso si può tradurre in una forma di disabilità e in severe ripercussioni psicologiche. Può accadere, infatti, che, a seguito della caduta, l’anziano subisca una perdita di sicurezza, che può essere causa a sua volta di un più rapido declino funzionale e di depressione.

L’importanza della prevenzione

Prevenire le cadute non significa solamente evitarle, o ridurne il numero, ma anche salvaguardare quanto più possibile l’autonomia e l’indipendenza dell’anziano, intervenendo in modo multifattoriale e attraverso un approccio medico di tipo valutativo e multidisciplinare.

La caduta accidentale connessa a pericoli presenti nell’ambiente domestico è tra le più diffuse; perciò, pensare ad una riprogettazione della casa a misura di anziano è, se possibile, senza dubbio il primo passo da adottare.

Per tutti coloro che mostrano precarietà nell’equilibrio, o nella camminata, sarebbe buona prassi sottoporsi a valutazione medica del sistema vestibolare, della forza muscolare degli arti inferiori, della sensibilità propriocettiva e della capacità visiva.

In questi casi, quindi, è importante rivolgersi, oltre che al proprio medico di base, anche ad altre figure, quali neurologo, cardiologo, fisiatra e fisioterapista.

Il fisioterapista è, infatti, quella figura sanitaria capace di contribuire a migliorare la deambulazione e l’equilibrio dei pazienti e a infondere loro nuova fiducia in se stessi dopo una caduta. Il fisioterapista può, inoltre, fornire suggerimenti su come evitare di cadere e può anche supervisionare l’allenamento e lo stretching, attenuando in modo significativo il rischio di caduta.

In conclusione, “invecchiare in saluteè un diritto di tutti e deve essere considerato un obiettivo delle attività di prevenzione utili al raggiungimento di una buona qualità della vita. La caduta in età senile interferisce con questo obiettivo e per tale motivo i pazienti anziani dovrebbero essere sottoposti a screening di routine per i fattori di rischio e affidarsi ad un programma di prevenzione delle cadute mirato e personalizzato.

Fisioterapia: storia, ambiti di intervento e prevenzione

Sempre più di frequente al giorno d’oggi si soffre di mal di schiena, un disturbo spesso trascurato, ma in continuo aumento, poiché l’adozione di abitudini poco sane si ripercuote puntualmente sulla salute della colonna vertebrale, incidendo sulla qualità della vita.

Secondo i dati del “Global Pain Index”, il 97% degli italiani è affetto da dolore muscolo-scheletrico, che è generalmente riconducibile al mal di schiena (quest’ultimo al terzo posto tra le principali cause di assenza dal lavoro).

Recuperare le funzioni fisiche compromesse, o messe in pericolo da un trauma, una malattia, o da una disabilità richiede un approccio terapeutico basato su trattamenti ed esercizi, nonché sull’educazione del paziente. Oltre al recupero prettamente funzionale, anche una corretta informazione è un obiettivo cardine della fisioterapia, col fine di aiutare i pazienti a prendersi cura di loro stessi e della loro salute nel modo migliore possibile.

La fisioterapia: qualche cenno storico

La fisioterapia è una disciplina che ha origini molto antiche. Difatti, sin dal 480 a.C., lo stesso Ippocrate, il “padre della medicina”, già curava i suoi pazienti con trattamenti come massaggi, manipolazioni e persino attraverso l’idroterapia.

Oggigiorno, con “fisioterapia”, o “fisiokinesiterapia”, si identifica una branca della medicina nata tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento grazie al contributo del medico Pehr Henrik Ling, il quale inventò la cosiddetta “ginnastica svedese”.

Resa ufficiale proprio presso il “Consiglio Nazionale Svedese per la salute e il welfare e finalizzata al coinvolgimento del paziente tramite l’educazione e la consapevolezza, la fisioterapia è oggi divenuta una pratica sempre più diffusa, poiché in grado di agire positivamente su diversi disturbi e patologie, senza ricorrere all’uso di farmaci.

La figura professionale del fisioterapista

Ancora oggi, durante la pratica terapeutica, il metodo più comunemente usato dal fisioterapista è quello della forza meccanica esercitata con l’uso delle mani sul corpo del paziente. A questo può essere integrato anche l’utilizzo di mezzi meccanici, quali, ad esempio, la fototerapia, la termoterapia, o l’elettroterapia.

Il contributo che il fisioterapista può dare alla salute delle persone e ai casi che necessitano di riabilitazione è notevole, tant’è che l’8 settembre di ogni anno ricorre la “Giornata mondiale della fisioterapia”.

Quella del fisioterapista costituisce una figura professionale che supporta lo sviluppo e facilita il recupero muscolo-scheletrico, consentendo alle persone di poter vivere la propria quotidianità serenamente.

Cosa cura il fisioterapista?

Il fisioterapista, su prescrizione del medico, oltre che contribuire alla prevenzione di disturbi e patologie, può agire direttamente sul disturbo già presentatosi, seguendo il paziente durante tutto il percorso di recupero.

Tra i vari ambiti di competenza ed intervento di un fisioterapista ci sono:

  • Mal di schiena, o lombalgia;
  • Sciatalgia, o lombosciatalgia;
  • Cervicalgia;
  • Riabilitazione post-intervento;
  • Cervicobrachialgia;
  • Sindrome del tunnel carpale;
  • Ernia del disco;
  • Colpo di frusta;
  • Lombalgia acuta, o “colpo della strega”;
  • Fratture ossee;
  • Contusioni, distorsioni o lussazioni;
  • Riabilitazione dopo l’impianto di protesi;
  • Difetti di postura;
  • Epicondiliti;
  • Scoliosi, dorso curvo e iperlordosi;
  • Traumi muscolari (strappi muscolari, lesioni, o contratture);
  • Lesioni parziali, o totali dei tendini;
  • Lesioni dei legamenti;
  • Infiammazioni articolari
  • Artrosi;
  • Artriti;
  • Tendiniti;
  • Rinforzo muscolare.

La fisioterapia ha svariati campi d’applicazione che si diversificano tra patologie ortopediche dell’apparato muscolo-scheletrico (e.g. traumi, infortuni, patologie croniche, degenerative, posturali, articolari, o funzionali) e patologie di origine neurologica (e.g. ictus, sclerosi multipla, Parkinson).

Il fisioterapista, inoltre, può intervenire nella riabilitazione resa necessaria da patologie respiratorie in bambini, adulti e anziani e può essere di supporto anche in casi di incontinenza, mediante degli esercizi specifici del pavimento pelvico.

La fisioterapia come strumento preventivo

L’attività che svolge il fisioterapista è a scopo preventivo, curativo e riabilitativo. E nonostante la prevenzione rappresenti un fattore importante per evitare la comparsa e/o il peggioramento di disturbi, sono ancora poche le persone che si rivolgono a questa figura professionale per scopi preventivi.

La prevenzione fisioterapica è atta sia a correggere abitudini scorrette che in futuro potrebbero evolvere in disturbi patologici, sia all’allenamento propriocettivo ed il rinforzo muscolare volti a prevenire infortuni, un aspetto di grande rilevanza anche per chi pratica un qualunque tipo di attività fisico-sportiva.

La fisioterapia nei bambini e negli anziani

In età pediatrica è molto frequente l’adozione di posture scorrette che potrebbero portare a problematiche piuttosto severe durante l’adolescenza, o l’età adulta. In questi casi, è utile che il medico curante consigli la fisioterapia a scopi preventivi.

Per quel che riguarda gli anziani, quella del fisioterapista è una figura professionale fondamentale non solo per la riabilitazione, ma anche per migliorare equilibrio e stabilità ed, in generale, per allenare il proprio corpo a preservare le capacità motorie e funzionali che permettono di svolgere le attività quotidiane.

La fisioterapia è una branca della medicina di importante supporto per una vita sana, non solo per persone anziane, o atleti, ma bensì per tutti, rappresentando un valido aiuto a qualsiasi età, soprattutto in un’ottica di prevenzione della comparsa di problematiche più gravi, o invalidanti.